Abiti sartoriali, entrate monumentali, studi con decine di partner, clienti internazionali e operazioni societarie a diversi zeri. Se le serie tv ci hanno abituati ad associare questo tipo di immagini al ruolo dell’avvocato, la professione forense, nella sua parte più larga e silenziosa, assomiglia a tutt’altro: studi individuali, fori di provincia, fascicoli che arrivano tramite WhatsApp e praticanti sempre più rari.
Ambienti in cui le innovazioni tecnologiche non vengono adottate con un entusiasmo acritico, ma solo se riescono a provare la loro capacità di apportare un sostegno concreto.
Un avvocato che esercita in maniera autonoma, non ha il cuscinetto di chi opera in una grande struttura: ogni ora persa pesa, ogni fascicolo voluminoso rappresenta un ostacolo reale, ogni inefficienza del sistema si fa sentire.
L’Avv. Maremmani ha scelto il diritto penale guidata da una convinzione di fondo che permea la visione della sua professione: “Ho ancora in mente la funzione sociale dell’avvocato, nel senso che […] penso che ognuno si meriti un difensore che si occupi seriamente delle sue problematiche”.
“Ho ancora in mente la funzione sociale dell’avvocato, nel senso che […] penso che ognuno si meriti un difensore che si occupi seriamente delle sue problematiche”.
Funzione sociale che, ultimamente, tende a sbiadirsi. “La categoria degli avvocati è un po’ bistrattata” - “l’accesso alla professione è abbastanza complicato, nel senso che [si accumulano le difficoltà di] riuscire a farsi la base della clientela” e, soprattutto, “una clientela che effettivamente paghi anche il corrispettivo richiesto”.
Quella della equa retribuzione del professionista resta una vera problematica: un punto dolente in tutti i fori, a livello nazionale, è la difficoltà nell’ottenere le liquidazioni delle difese d’ufficio da parte della Pubblica Amministrazione. “Oggettivamente un avvocato ci punto molto, all’inizio, perché consente di ampliare il proprio bacino di clientela”.
Altra sfida quotidiana, che aggiunge un peso significativo, è quella contro il tempo: il dialogo con gli uffici giudiziari e con le cancellerie diventa sempre meno fluido, il che comporta un’organizzazione delle udienze che raramente rispecchia le esigenze degli avvocati.
Il risultato è scoraggiante, in particolar modo per i giovani professionisti: “I praticanti si contano sulle dita delle mani” in realtà di provincia come quella di cui ci fa parte l’Avv. Maremmani.
In uno scenario costellato di fascicoli mastodontici, atti di indagine voluminosi, udienze che si protraggono all’infinito, l’intelligenza artificiale può intervenire in modo tangibile: “Avere un sistema che ti possa fare un riassunto affidabile degli elementi del fascicolo, potrebbe anche consentire […] di poter riempire questi momenti morti in udienza e consentire di continuare a lavorare in mobilità”.
Un’applicazione pratica, dunque, e non visionaria: non si tratta di automatizzare il ragionamento giuridico, che resta prerogativa umana e non può essere delegato completamente ad un algoritmo, ma di liberare energie cognitive là dove la routine è più pesante.
Un punto di attenzione viene rivolto a coloro che si affacciano all’avvocatura: il fatto che attività come la sintesi di un fascicolo, l’analisi degli atti, la redazione di bozze siano tradizionalmente appannaggio di un praticante avvocato, non deve indurre in tentazione i professionisti meno giovani a rinunciare alla formazione delle nuove leve. Le nuove generazioni, anzi, potranno svolgere il compito di accompagnare i più restii nell’adozione delle nuove tecnologie: “magari in tanti approfitteranno dell’intelligenza artificiale per il tramite di un altro essere umano, qualora non riuscissero ad avvicinarsi direttamente allo strumento”.
L’Avv. Maremmani non è una certamente una persona scettica nei confronti della tecnologia, ma è, piuttosto, critica nei confronti di un certo modo di utilizzarla, che, nel suo studio, è una realtà quotidiana: “I clienti vengono e dicono ‘l’ho cercato su Google’. Noi [professionisti] ci rendiamo conto se una notizia è attendibile o meno.”
Il problema, insomma, non è lo strumento in sé, quanto piuttosto la qualità dei dati che lo alimentano, e la consapevolezza di chi lo usa. Un’IA generalista che attinge indiscriminatamente da internet, dove convivono fonti autorevoli e disinformazione, non è un alleato, ma “rischia di fare solo danni”.
Doctrine “ha il pregio importante di avere un bacino di dati verificato, da cui attinge. Gli posso anche dire di attingere solo ai documenti che dico io e non è da poco."
In questo aspetto Doctrine “ha il pregio importante di avere un bacino di dati verificato, da cui attinge. Gli posso anche dire di attingere solo ai documenti che dico io e non è da poco […] L’impressione è che ora si abbia il boom dell’utilizzo dell’IA, ma è un utilizzo non consapevole”.
È da questa diffidenza ragionata che nasce l’apertura verso Doctrine e la convenzione con AIGA Massa Carrara. Il fatto che la piattaforma lavori esclusivamente su dati giuridici ufficiali, provenienti esclusivamente da fonti verificate, che si tratti di giurisprudenza, come di testi normativi, costituisce il sigillo di garanzia di una soluzione affidabile. In un settore in cui la precisione non è un optional, la qualità nelle risposte fornite è il pilastro imprescindibile.
C’è poi un aspetto pratico, che dice molto sulla realtà quotidiana dello studio legale moderno: “Mi è piaciuta moltissimo [Flow Litigate], che carica tutto in qualsiasi formato e me lo trasforma in PDF - perché ora [i clienti] mandano tutto su WhatsApp e diventa ingestibile”.
Alla domanda su come consiglierebbe Doctrine ad un collega, l’Avv. Maremmani è diretta: “per alcune tipologie di specializzazioni, come per chi fa contrattualistica, per esempio, possono ottenere un beneficio notevole”.
Ma il consiglio più importante che emerge dalla conversazione è di metodo, prima ancora che di strumento. L'IA è utile solo se si sa da dove provengono le informazioni che elabora, e solo se chi la usa mantiene il controllo del ragionamento finale. Lo stesso controllo che un buon avvocato esercita ogni giorno sui propri atti: con rigore, con esperienza, con la consapevolezza che nessuno strumento sostituisce il giudizio di chi conosce davvero il proprio mestiere.